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Antonio Di Pietro: “Separare chi accusa da chi giudica. È ora di chiudere il cerchio iniziato nel 1989”
Antonio Di Pietro arriva alla diretta di “Diario di Bordo” con il tono di chi la giustizia l’ha vista davvero da tutti i lati: «Ho fatto il pubblico ministero, il poliziotto, l’avvocato, l’indagato, la parte civile, il testimone. Mi manca solo il condannato, le ho fatte tutte».
È da questa biografia giudiziaria totale che l’ex pm di Mani Pulite, oggi avvocato e semplice cittadino “informato sui fatti”, spiega perché il 22 e 23 marzo voterà Sì al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Il cuore della sua tesi: “Tre famiglie, non una sola”
Per Di Pietro il punto non è astratto, ma molto concreto: «Chi giudica non può far parte della stessa famiglia di chi accusa».
Nel processo penale italiano, ricorda, ci sono tre ruoli: chi accusa (il pm), chi difende (l’avvocato) e chi decide (il giudice terzo). Oggi però pm e giudici fanno lo stesso concorso, siedono nello stesso Consiglio superiore, decidono insieme chi farà il presidente di tribunale e chi il procuratore della Repubblica.
La riforma sulla quale i cittadini sono chiamati a pronunciarsi separa questi percorsi: due carriere distinte, due Consigli superiori diversi, una Corte disciplinare autonoma.
Nella metafora di Di Pietro, «la famiglia degli arbitri si organizza da sé, la famiglia degli accusatori fa altrettanto, così come quella degli avvocati»: una conseguenza “naturale” del modello accusatorio introdotto nel 1989, che richiede un giudice percepito come realmente terzo rispetto alle parti.
Il nodo delle indagini preliminari e degli “assolti dopo”
Il passaggio più delicato, per Di Pietro, non è il dibattimento che finisce sui giornali, ma la fase delle indagini preliminari.
In quel momento non c’è ancora il contraddittorio: non c’è l’avvocato, non c’è l’imputato, non c’è la parte offesa; ci sono solo il pubblico ministero che indaga e il giudice per le indagini preliminari che dovrebbe controllarlo.
In teoria il gip dovrebbe rinviare a giudizio solo quando ci sono «concrete probabilità di condanna». In pratica, osserva Di Pietro, circa la metà dei processi che arrivano in aula oggi si chiude con un’assoluzione.
Per lui è il segno di un controllo indebolito: il giudice delle indagini sarebbe diventato più “accompagnatore del cacciatore” che guardiacaccia, più vicino alla cultura dell’accusa che al ruolo di arbitro. La separazione delle carriere serve, nella sua visione, a riportare quel giudice al suo mestiere originario: vigilare sul rispetto delle regole, distinguere tra indizi e semplici suggestioni, evitare processi inutili.
CSM, sorteggio e fine dell’“amichettismo”
Un altro fronte caldo è quello dell’autogoverno delle toghe. Di Pietro non assolve certo il sistema vigente: parla apertamente di correntismo e «amichettismo» che hanno pesato su nomine, carriere e disciplina più dei meriti professionali.
La riforma costituzionale prevede due Consigli superiori separati e una componente ampia scelta a sorteggio tra magistrati in servizio, con una quota di membri esterni (avvocati e professori) anch’essi selezionati a sorte da elenchi ristretti di professionisti qualificati.
Per l’ex pm questo meccanismo, se ben attuato dalla legge ordinaria, ha un obiettivo preciso: spezzare il legame diretto tra elettori e eletti nelle correnti, ridurre la lottizzazione interna e rendere più credibili valutazioni di professionalità e nomine ai vertici degli uffici giudiziari.
“Non è la riforma Berlusconi, l’indipendenza resta”
A chi nel fronte del No denuncia un pm consegnato alla politica, Di Pietro risponde su due piani.
Primo: il nuovo articolo 104 continua ad affermare che la magistratura, requirente e giudicante, costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere; anzi, per la prima volta esplicita che anche il pubblico ministero resta autonomo e indipendente.
Secondo: la vera linea rossa, per lui, è un’altra, quella tentata in passato da Silvio Berlusconi, cioè lo spostamento del pm fuori dalla magistratura e dentro l’esecutivo.
In questo referendum, sostiene, quel passaggio non c’è: si completa piuttosto un percorso di riforma iniziato con il codice del 1989, senza trasformare il pubblico ministero in un organo del governo. Per questo, pur avendo in passato temuto la separazione delle carriere come “cavallo di Troia” politico, oggi ritiene che il testo vada letto nel merito e non usato come referendum pro o contro l’attuale maggioranza.
Oltre la polarizzazione: “I governi passano, la Costituzione resta”
Nel dibattito pubblico il voto di marzo è stato trasformato da molti in un giudizio sul governo Meloni più che sulla riforma della giustizia. Di Pietro, che non risparmia critiche né al fronte del Sì né a quello del No quando scivolano nella propaganda, invita a sganciarsi da questa logica.
«I governi passano, la Costituzione resta», ripete, criticando sia gli slogan allarmistici (“volete giudici sotto la politica?”) dei manifesti dell’Associazione nazionale magistrati, sia le semplificazioni di certa politica che promette cambiamenti impossibili senza ulteriori revisioni costituzionali.
La sua richiesta agli elettori è di leggersi il testo della riforma e decidere se completa o meno il “cerchio” aperto 80 anni fa, quando i costituenti hanno immaginato un sistema fondato sulla terzietà del giudice e sulla distinzione tra chi accusa e chi giudica.
Se vincerà il No, dice, il risultato andrà rispettato senza criminalizzare chi la pensa diversamente; ma resterà irrisolto un problema che gli stessi magistrati, nei loro referendum interni e nelle continue modifiche delle regole elettorali del CSM, hanno riconosciuto da tempo.
Chiusura: il messaggio ai cittadini
Nel finale dell’intervista, Di Pietro smette i panni dell’ex pm e torna a quelli di “semplice cittadino” che gira l’Italia per il comitato del Sì.
Non considera nemici i sostenitori del No, ma contesta con forza la scelta di fare leva sulla paura e sull’idea, che definisce infondata, di una magistratura consegnata al potere politico.
Ai cittadini che il 22 e 23 marzo andranno alle urne chiede una cosa sola: scegliere nel merito se vogliono, o meno, una giustizia in cui “prete e sagrestano” non coincidano più, e in cui l’arbitro non sia percepito come parente stretto di una delle due squadre in campo.
FAQ sul referendum 2026 e sulla separazione delle carriere
Che cos’è la separazione delle carriere in magistratura?
È la distinzione tra funzione giudicante e funzione requirente nel processo penale, con l’obiettivo di rafforzare la terzietà del giudice.
Cosa cambia per il CSM con la riforma?
Il tema centrale riguarda la governance delle carriere e i meccanismi di selezione/valutazione, anche in chiave di riduzione delle dinamiche correntizie.
Perché si parla molto delle indagini preliminari?
Perché è una fase in cui si forma gran parte del fascicolo processuale: qui la qualità del controllo è decisiva.
Il referendum del 22–23 marzo 2026 riguarda solo la politica del momento?
No: il voto incide su un assetto istituzionale della giustizia. Per questo è utile valutare il merito tecnico del quesito.
Come informarsi in modo corretto prima di votare?
Leggendo il testo ufficiale, confrontando fonti diverse e distinguendo dati verificabili da opinioni.
