Quando si parla di bilanci, PEF e tariffe rifiuti, il rischio è che tutto sembri volutamente complicato. In realtà, il nodo del bilancio di previsione 2025 di Cogesa può essere spiegato in modo molto più semplice di quanto sembri.
E riguarda direttamente i Comuni soci e, alla fine, anche i cittadini che pagano la TARI.
Partiamo dall’essenziale: cos’è il PEF
Il PEF (Piano Economico Finanziario) è, semplificando, il documento che stabilisce quanto deve costare il servizio rifiuti.
Non lo decide liberamente il gestore, ma segue regole precise fissate da ARERA, l’Autorità nazionale. Il principio è semplice:
- dentro il PEF ci sono solo i costi riconosciuti come necessari ed efficienti. In sostanza contiene tutti i pezzi del servizio: raccolta, trasporto, trattamento dell’indifferenziato, differenziata, discarica, ecc. In teoria, se un costo è legittimo, ci finisce dentro.;
- il PEF viene validato dall’ente competente (in Abruzzo, AGIR);
- da lì derivano le tariffe che poi finiscono, direttamente o indirettamente, nella bolletta TARI.
Il PEF non è un suggerimento. È il perimetro massimo entro cui si può chiedere denaro per il servizio.
Cosa fa Cogesa?
- con il PEF prende una quota di ricavi già definita (11,94 milioni nel 2025, con una parte di “extra‑cap” da recuperare negli anni tramite efficientamenti);
- in più, per il solo indifferenziato (codice 20 03 01), aumenta la tariffa del TMB e chiede ai Comuni un “conguaglio” a parte, che non sta dentro ai PEF ma in una linea di bilancio separata.
Per far capire il meccanismo prendiamo il caso di Sulmona:
- Sulmona conferisce 2.830,51 tonnellate di indifferenziato; la tariffa passa da 110 a 138 €/tonnellata;
- la differenza è 28 € a tonnellata; il “conguaglio” stimato per il solo 2025 è 79.254,34 €.
Questi soldi non sono nel PEF: sono una fattura extra che va direttamente sul bilancio del Comune, cioè sul bilancio pubblico.

Perché questo è un problema
ARERA e AGIR hanno chiarito che il corrispettivo del servizio rifiuti deve essere calcolato solo sulla base dei costi riconosciuti nel PEF; eventuali aggiustamenti si fanno con i conguagli interni al metodo, non con fatture fuori perimetro.
Se un costo è vero, documentato e ammissibile, il posto giusto è il PEF aggiornato, non una voce creativa chiamata “ricavi conferimenti RUI Soci”.
Se i Comuni pagano queste fatture extra‑PEF succede questo:
- di fatto integrano il conto economico di Cogesa al di fuori delle regole ARERA;
- usano soldi del bilancio comunale per sostenere una società in house in risanamento, non tramite tariffe trasparenti agli utenti, ma con “aggiunte” politicamente poco visibili.
Tradotto: i cittadini pagano due volte.
- Una volta in bolletta TARI, sulla base del PEF.
- Una volta in modo indiretto, perché il Comune si trova fatture extra da coprire col proprio bilancio (che poi significa meno risorse per tutto il resto, o tasse locali più alte).
L’ironia amara del bilancio 2025
La cosa più surreale è che tutto questo è scritto nero su bianco nella relazione dell’Amministratore Unico:
- ammette che per il 2025 i PEF sono stati validati, che c’è già un extra‑cap da recuperare con efficientamenti fino al 2028;
- e nello stesso tempo afferma che “anche per il 2025” servirà applicare tariffe più alte di accesso agli impianti e far pagare ai Comuni un impegno di bilancio aggiuntivo, separatamente fatturato, da “eventualmente recuperare all’utenza” dal 2027 in poi.
È un po’ come se il regolatore avesse fissato un tetto massimo di spesa per contenere le bollette, e qualcuno avesse deciso che il tetto vale sì, ma solo per la facciata. Il resto si costruisce in mansarda, sperando che nessuno guardi troppo in alto.
Per chi non mastica tecnica, il punto è semplice: il bilancio 2025 di Cogesa continua a usare gli “extra PEF” sull’indifferenziato come stampella invisibile per far tornare i conti.
La domanda politica e civica, a questo punto, non è più da esperti: è da contribuenti. Quanto a lungo i Comuni vorranno – e potranno – continuare a pagare quelle fatture e far finta che sia “normale amministrazione?
